Mali antichi … ma anche nuovi: e la responsabilità?

Ho letto stamattina su Repubblica.it un articolo di E. Scalfari dal titolo “Mali antichi insidiano il nostro fragile paese”, e mi voglio soffermare su alcuni punti.

In esso ci si duole che oggi la “rabbia sociale” sia molto diffusa e cresca ovunque, non solo in Italia, ma in tutto il pianeta contemporaneamente.

Allorquando gli arrabbiati si fanno folla, accade che “non sopportano i ragionamenti complessi, vogliono risposte immediate, vogliono emozioni forti, vogliono il nemico da abbattere“, per cui diventano facile preda di demagoghi che si trasformeranno successivamente in dittatori, come gran parte della storia insegna.

Sempre a suo dire, si possono salvare da questo pericolo solo i Paesi di antica e solida democrazia, tra i quali purtroppo, non conteggia l’Italia.

A questo punto, ecco che presenta come cosa ovvia, la solita lettura razionalista della complessa realtà storica, evocando quattro protagonisti: la democrazia, lo Stato, il demagogo, la folla antipolitica; non si accorge, fra l’altro, di cadere anche lui nella trappola della “semplificazione” che poco prima ha giustamente condannato come “arma” di cui si serve la demagogia. Cito testualmente:

«La democrazia ha come condizione preliminare l’esistenza dello Stato. L’Italia ha uno Stato, creato appena 150 anni fa, che la maggioranza degli italiani non ha mai amato. Non lo amò quando nacque, si ribellò contro di esso tutte le volte che poté. Il fascismo nacque da una ribellione contro lo Stato che nasceva da sinistra e fu utilizzata dalla destra. Ne venne fuori lo Stato totalitario, cioè la negazione della democrazia.
Poi la democrazia arrivò, frutto delle catastrofi della guerra, ma quanto fragile! Basta una spinta, basta un buon venditore di slogan, basta una dose di antipolitica per ammaccarla e mandarla in pezzi.»

Affermare che “la democrazia ha come condizione preliminare l’esistenza dello Stato“, significa reificare due concetti: porre la “democrazia” e lo “Stato” come singole entità a sé e, inoltre, far derivare l’esistenza della prima dall’esistenza del secondo.

Ma non é tutto: nel prosieguo della sua argomentazione, si capisce che non ha in mente qualsiasi Stato, ma uno Stato particolare che non sia lo “Stato totalitario”: ed essendo quest’ultimo “la negazione della democrazia“, l’altro che pone come “preliminare” alla democrazia, lui non lo dice, ma non può che essere uno Stato in qualche modo democratico!
Il che é un delizioso e brillante truismo all’interno di una lettura razionalistica della realtà.

La continuazione del ragionamento riserva altre gustose amenità, per la scelta di condurlo tutto sul comodo piano della semplificazione logica:
Poi la democrazia arrivò, frutto delle catastrofi della guerra …“: ma come? Con uno Stato uscito a pezzi e da rifondare, non doveva mancare la “condizione preliminare” alla democrazia? Questa bella signora, come ha fatto quindi ad arrivare? Semplice: “frutto della catastrofi della guerra“. E voilà! Siamo messi al corrente che le guerre catastrofiche sono pur esse condizioni preliminari – di più, generatrici – di democrazia in mancanza dello Stato.
Però attenzione: sono sempre in agguato i demagoghi e le folle antipolitiche!

Ora, non che io voglia farmi gioco di E. Scalfari, ma ultimamente, mi capita spesso di trovarmi in disaccordo col suo modo di impostare ed affrontare alcune questioni.

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Il groviglio

Mi è capitato recentemente di partecipare a discussioni di carattere filosofico su un blog, con persone molto competenti in materia. Personalmente non mi interessa tanto parlare “di filosofia”, ma non disdegno di “ragionare filosoficamente” sul mondo e sull’uomo, dove per “filosoficamente” intendo: con la costante tensione verso un’apertura totale all’intera esperienza che ne abbiamo.

É chiaro che ognuno lo fa portando con sé un complesso bagaglio di conoscenze attinte anche dallo studio del pensiero di vari filosofi, e di ciò non voglio svalorizzare assolutamente l’importanza, ma questo per me é in secondo piano rispetto alla determinazione di cercare il riscontro con l’intero fronte del reale in cui ci è dato vivere, correndo il rischio e la responsabilità personale di esplorarlo e conoscerlo direttamente, senza nulla scartare a priori, mettendo alla prova le nostre capacità di comprenderlo e tutto ciò che fa parte del nostro essere.

In altre parole, ritengo la filosofia interessante se è intrecciata con la voglia di porsi davanti all’interezza della realtà e la curiosità di comprenderla meglio: se non è una “chiave” d’accesso personale alla complessità del mondo, diventa “un mondo” a sé che non trovo affatto interessante, chiuso in quei “giochi autoreferenziali” cui tante volte ho qui accennato, una “città” recintata che i suoi abitanti sono felici di frequentare per le sicurezze che offrono le sue strade conosciute a menadito fin negli angoli più ristretti, dove niente di autenticamente nuovo e imprevisto puó accadere; e se qualcosa dall’esterno fa capolino, viene subito espulsa, a meno che non si lasci ricondurre alle forme note e consuete degli altri “edifici” intellettuali, tali che le certezze, le abitudini visive consolidate, le relazioni e i modi di pensare dei suoi abitanti non ne siano profondamente scossi.

Quella sorta di “trappola per l’intelligenza” approntata dal razionalismo cartesiano che, fondando sulla netta separazione fra pensiero ed essere, ha segnato confini che in seguito si sono rivelati invalicabili, ha esiti facilmente riscontrabili fin anche nel presente quotidiano, e ha prodotto quella specie di “afasia filosofica” sul mondo, nei riguardi delle cose e dell’essere reale, e il conseguente assoluto predominio concesso alle tecno-scienze, liete da parte loro, di muoversi con piena libertà di azione, e spesso purtroppo di “saccheggio”, in questo mondo dichiarato privo di senso proprio.

Se infatti si porge orecchio alle voci di maggior risonanza che provengono dalla cultura filosofica della modernità, il mondo è inconoscibile, in larga parte un assurdo e incomprensibile gioco di atomi di materia, privo di una reale consistenza o se ce l’ha é destinata a restarci ignota; la vita, e l’uomo stesso pertanto, è un accidente della materia, un frutto del caso; non c’è alcuna certezza possibile né tantomeno verità di sorta e via proseguendo con quanto appare sulle lenti dello stesso “cannocchiale”: insomma, si può almeno imputare a questa filosofia, così irridente verso la realtà dei comuni mortali e di ogni capacità conoscitiva dell’uomo, una larga parte di responsabilità della decadenza anzitutto dei livelli intellettuali e via via morali, politici, e culturali in genere nell’umanità?

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Superare i guasti della cultura dei modelli

Ritenendo assodato che ogni realtà di cui abbiamo esperienza sia costituita da materia e forma, vediamo di riflettere molto brevemente e per linee essenziali, se oggi tale principio viene tenuto in sufficiente considerazione e le implicazioni che ha nella diverse realtà associative, come quelle politiche, imprenditoriali e di qualsiasi altra natura: in particolare nella loro organizzazione, nella loro attività e nel loro sviluppo.

Diamo per scontata l’attuale supremazia di quella cultura impropriamente astratta e razionalista, che deriva la sua autorevolezza dai risultati ottenuti con l’applicazione dei metodi scientifici allo studio e alla strutturazione di qualsiasi realtà, da quelle più vicine alla materialità fisica a quelle più remote.

Schematizzando molto, le scienze che si occupano delle realtà politiche, economiche e sociali, partono generalmente da un modello di uomo, da cui e per cui estrapolano altri modelli di oggetti e di relazione: con tali “modelli elementari” assunti come costituenti di base, vanno a costruire un «modello globale» attraverso l’indagine delle possibili modalità di organizzazione e delle relative leggi di funzionamento.

Si può già notare, per inciso, che il modello globale è fortemente condizionato dai modelli elementari assunti a fondamento, e che esso è concepito come fosse un “organismo” unitario in cui ogni parte è pienamente funzionale al tutto.

Il metodo prevede che, forti di queste “conoscenze chiare e distinte dei modelli”, si possa procedere con sufficiente sicurezza alla fase di “implementazione” con gli aggiustamenti dettati da circostanze e specificità ritenute inevitabili e del tutto accidentali.

Si noti pertanto che tali aggiustamenti non si apportano per riconoscimento di valore a qualcosa che inizialmente è “sfuggita” nella costruzione del modello. Se così fosse infatti, non si capirebbe la ragione per cui, invece di ammettere l’errore e “riformare” il modello, lo si lascia intatto e si preferisce dichiarare l’inevitabilità e l’accidentalità di alcune modifiche in fase applicativa: evidentemente si giustifica l’inevitabilità con una certa “resistenza” dell’esterno considerato tuttavia irrilevante, e l’accidentalità con una salda “fede” nell’interno come realtà fondamentale.

Con ciò non sto affermando che i modelli non si “evolvano”, non subiscano modifica alcuna, ma soltanto che essi sono incapaci di aprirsi ad altri elementi irriducibili alla logica interna che presiede alla loro costruzione.

In altre parole, gli aggiustamenti sono ritenuti inevitabili e accidentali in fase di applicazione, in quanto non contemplati nella “essenzialità del modello” e, pertanto, tradiscono la concezione che il “modello” sia la “sostanza” reale; le realtà per le quali si mettono in opera gli “aggiustamenti” – i luoghi particolari, le culture locali, gli uomini stessi – sarebbero «perfette» se fossero esattamente uguali ai loro “modelli elementari” assunti nel “modello complessivo”, ma siccome non lo sono, si “concede” a malincuore – perché l’«autentica realtà» del modello e il suo perfetto funzionamento ne vengono a soffrire – qualche possibilità provvisoria di permanenza, in attesa ovviamente che tali “fattori” esterni al modello, col trascorrere del tempo oppongano minor resistenza ad adeguarsi e, anzi, si programmano e si avviano tutte le azioni perché ciò avvenga al più presto.

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Stanze con vista sull’interno

Mi sono imbattuto in un post che denuncia, fra i tanti, due casi esemplari di quella mistura di incapacità, inefficienza e irresponsabilità, presente e nascosta in organismi e istituzioni, realtà associative di vario genere, giustificate e nutrite dalle ideologie tecnocratiche e meritocratiche che a loro volta propagano ferventemente.

L’uno riguarda la vicenda della cosiddetta “spending review” sui tagli alle provincie per le scuole, e l’altro i concorsi per l’accesso ai TFA per l’insegnamento.

Non ho saputo trattenermi dall’esprimere alcune considerazioni, perché mi sono sembrati casi emblematici di quella dominante “cultura della chiusura autoreferenziale“, di quella rinuncia al corretto e fondamentale rapporto interno/esterno, le cui storture e le possibili conseguenze nefaste, in questo blog sono state più volte evidenziate.

Per la stretta attinenza a tale tematica riporto quindi l’intervento, fornendo il link al post originale per chi fosse interessato alla lettura integrale del testo cui si riferisce.

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I casi e le situazioni che lei (l’autore dell’articolo) denuncia sono degli scandali evidenti che in qualsiasi sana democrazia comporterebbero l’uscita di scena immediata di tutti gli ir-responsabili, “motu proprio” o perché costretti dai vertici istituzionali e politici e dalle richieste pressanti di un’opinione pubblica, vigili e determinati a non tollerare né l’irresponsabilità associata a manifesta incompetenza (e quasi sempre al malaffare!) ai posti decisivi per il buon governo del paese, né di pagare i relativi, enormi prezzi sociali e culturali oltre che economici.

Se questo non accade evidentemente è perchè questa società è profondamente malata, e lo è a tutti i livelli, percorrendo tutti i gradi di qualsiasi tipo di istituzione, politica, economica, sociale, fino al singolo cittadino.

Se dovessi trovare un nome per questa malattia, sarei propenso a parlare di “primato dell’autoreferenzialità” che ha contagiato e continua a contagiare tutti.

Ogni istituzione vive chiusa in una propria “stanza” e la confonde con il mondo reale: nessuno che ci lavora dentro, pensa ormai più neanche che farebbe bene a sporgere il naso fuori delle finestre, figuriamoci di provare ad uscire per vedere cosa c’è fuori: anzi, le poche finestre che restano, tendono anch’esse a diminuire di numero e a chiudersi, e si preferisce il benessere e le sicurezze che offre l’interno: aria condizionata, luce artificiale, telefoni, tv, pc e monitor sempre collegati al mondo là fuori.

Per non dire dei vantaggi delle basi dati accumulate, delle statistiche dettagliate che rendono facile e giustificata ogni decisione, delle certezze offerte dai principi che qualcun altro ha individuato per noi, e dagli schemi operativi ormai consolidati che danno scioltezza e incisività all’azione.
Che vuoi di piú dalla vita?

Da fuori non filtra niente, se non quello che l’interno decide di fare entrare perché è indispensabile alle sue funzioni vitali.

Ci si può meravigliare dell’irresponsabilità verso il mondo? Il mondo reale non c’è più, inghiottito, letteralmente divorato e digerito dall’interno.

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La commedia delle ipocrisie

Leggo su “La Repubblica” online una ennesima dichiarazione di Monti sull’opportunità di varare al piú presto una nuova legge elettorale. Cito tra virgolette:

«Se i partiti “riuscissero, come Napolitano spesso sollecita a fare, a trovare un accordo per la riforma della legge elettorale, si darebbe il senso di un progresso realizzato e anche i mercati e i cittadini, che sono più importanti dei mercati, sarebbero rassicurati”. Lo afferma Mario Monti in un’intervista a Tgcom24.»

Certo che quel riferimento ai “cittadini, che sono più importanti dei mercati”, suona molto bene, mostra con tosta evidenza, preoccupazione e attenzione primaria nei loro riguardi; e poi, con quella sottolineatura della maggiore importanza rispetto ai mercati! Via, c’è da essere soddisfatti e rassicurati di essere proprio in buone mani!

Si dà il caso però, che le misure governative finora prese confliggano apertamente con questa encomiabile attribuzione di preminenza, e non la rendano del tutto credibile.

Il ricordo che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, incunea il sospetto che forse non si hanno tante buone ragioni per sentirci rassicurati.

A me, ad esempio, sarebbe piaciuto di piú ascoltare dal premier che i mercati sono funzionali al bene dei cittadini! No, per futile curiosità mia, perché non so su questa faccenda come lui esattamente la pensi!

E anzi, a ben rifletterci e ad inquietarmi ancora di più, mi accorgo che pensare che i cittadini siano più importanti dei mercati, non è affatto in contraddizione col pensare che gli stessi siano funzionali al mercato! E se questo fosse il senso di quell’«importanza»? Già, perchè se i cittadini non avessero fiducia nei mercati, se la perdessero e si rivoltassero contro, cosa accadrebbe ai mercati?

Brutti pensieri che mi attraversano la mente senza il mio volere!

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Risalire alla sorgente

Questo post si riallaccia direttamente al precedente e muove da un gradito commento. Ho pensato di aggiungere ulteriori elementi di riflessione che possono chiarire meglio la prospettiva in cui si pongono, a mio avviso, alcuni problemi fondamentali del nostro tempo già affrontati negli altri post, quella sorta di perdita di energia vitale, smarrimento e disorientamento profondo che attraversa tutta la società.
Senza pretesa alcuna, ma per il piacere di poterne discutere.

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Per me cultura è unità di convincimento, pensiero e azione, la cui origine sta in una visione più o meno consapevole del mondo, appresa da ogni uomo (ed estendendo, direi pure: da ogni istituzione al cui interno operano uomini) nel rapporto proprio con l’intero fronte della realtà, dove, chiaramente, la società gioca un ruolo altamente condizionante, tramite il “flusso delle prassi” divenute egemoni in cui siamo necessariamente inseriti.

Pertanto, a mio giudizio, fin quando restiamo sul terreno e dentro l’ambito sociologico-politico delle prassi sociali, distogliamo le nostre attenzioni e il nostro sforzo dal comprendere e rettificare la “sorgente” di tali prassi, che invece sta a livello di visione e modalità di rapporto col mondo, e le prassi continueranno a “giocare” e “giocarci”.

Mi sembra che tutta la storia recente dimostri come tutti i tentativi di combattere e sconfiggere le prassi correnti disumanizzanti – nella politica, nell’economia, nel sociale, nelle varie forme culturali in genere – siano stati sistematicamente “fagocitati”: e questo dovrebbe bastare a persuaderci che ciò sia potuto accadere – al di là di giustificazioni logiche di varia natura pur ammissibili – perché non erano sufficientemente “critici” e “nuovi”, riguardo alla “sorgente” da cui erompe il fiume impetuoso della modernità che continua a travolgere uomini e cose.

Se mi si chiede dove sta la “sorgente” potrei rispondere in estrema sintesi che sta sul terreno immateriale della conoscenza: di quel modello/modalità particolare di conoscenza, che ci sospinge a ritenere che il nostro rapporto “decisivo” col mondo e con noi stessi, avvenga sempre sul piano di astrattezze proprio delle forme scientifiche di tipo logico-matematico.

L’unità e la concretezza delle cose reali, in tal modo viene sempre a sfuggirci, e non c’è da stupirsi molto se poi le cose restano lì mute, senza una guida efficace, senza una vera elaborazione, in un “mondo parallelo” a quello logico dei “modelli” che ci affascinano tanto e sui quali riversiamo tutte le nostre energie, illudendoci di stare a lavorare sul reale.

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Uscire dalla corrente del tempo

Farò una premessa, necessariamente un po’ lunga, per arrivare al nocciolo di quanto voglio esporre.

Einstein era persuaso della verità d’una concezione del mondo che si reggeva sul «determinismo assoluto» e sulla totale indipendenza delle leggi di natura dagli osservatori.
Tralasciando qui la questione del determinismo assoluto, che significato dare all’espressione “totale indipendenza delle leggi di natura dagli osservatori”?

Anzitutto è chiaro che ci si riferisce a leggi di cose sensibili, osservabili, quindi materiali.
E le “leggi”, come intenderle? Pare che essenzialmente siano dei rapporti o relazioni necessarie fra oggetti colti nelle cose.
Pertanto bisogna tener conto della distinzione fra oggetto e cosa, e chiarirla.

Ma intanto ritorniamo alla prima domanda. Come intendere l’affermazione che le leggi di natura siano totalmente indipendenti dagli osservatori?

Sembra ammissibile che la «conoscenza» della legge e il modo di tale conoscenza, come il tempo e il luogo, dipendano totalmente dall’osservatore, ma qui si parla della legge in se stessa, ovvero della relazione necessaria fra due o più oggetti, a prescindere dal fatto che sia conosciuta, dal modo in cui sia conosciuta, dal tempo e dal luogo.

Chiediamoci allora se l’osservatore può influire sulla relazione fra gli oggetti espressa dalla legge.

Sembra di poter rispondere che influisce senz’altro sulla individuazione (messa a fuoco, distinzione) degli oggetti di osservazione, ma tale genere di influenza non «incide» sullo svolgersi  della relazione fra gli oggetti, bensì come sopra, soltanto sulla conoscenza elaborata e acquisita dall’osservatore.

D’altra parte, gli oggetti non sono le cose, ma aspetti intelligibili astratti da esse, più o meno vicini al loro essere concreto, secondo il livello di astrazione a cui sono stati definiti e collocati.

Ogni cosa pertanto, è una sorta di «coagulo» di più oggetti, ad es. un contenitore, un vaso, un cilindro, sono tutti oggetti che possono trovarsi nella cosa reale che indichiamo con uno qualsiasi di questi nomi di oggetti che in essa abbiamo colto.

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